Descrizione e approfondimenti
INTRODUZIONE
L’opera recentemente acquistata dall’Assessorato ai Beni Culturali ed I.S., arricchisce la collezione dei dipinti di proprietà del Museo Accascina grazie al meccanismo del Diritto di Prelazione dello Stato che, qualora l’opera sottoposta a vincolo fosse destinata alla vendita, ha il diritto di acquistarla prima del privato destinandola al patrimonio pubblico.
L’Iter amministrativo da seguire in questi casi obbliga a doveri ai quali il beneficiario ultimo dell’Opera deve adempiere alle condizioni della prelazione ai sensi degli artt. 59, 61, 62 del Decreto legislativo 42/2004 Codice dei Beni culturali e del paesaggio, prima di entrare in possesso del bene al medesimo prezzo stabilito nell’atto di alienazione. Il Museo ospita un’importante e molto estesa collezione di opere diverse per tipologie ed epoche, ordinate secondo un criterio Storicistico che consente al visitatore di comprendere al meglio l’evoluzione della cultura figurativa a Messina attraverso i secoli, documentati dall’epoca archeologica fino al sec. XIX ed espone beni di grande interesse realizzati con tecniche e materiali diversi all’interno delle sale che rappresentano un determinato periodo. L’intera raccolta proviene dall’Ottocentesco Museo Civico Peloritano e dai recuperi salvati dopo il terremoto del 1908, custoditi nell’area del Monastero di San Salvatore dei Greci e dell’Ex Filanda Mellingoff.
Noi consideriamo il San Sebastiano come uno straordinario recupero, un virtuale ritorno in Patria, latore di elementi e commistioni che saranno nel tempo studiati ed inseriti adeguatamente tra le pagine della storia della Bottega di Antonello da Messina.
APPROFONDIMENTI
Il piccolo ritratto su tavola raffigurante San Sebastiano databile alla fine del sec. XV, attribuito ad Antonello De Saliba, grazie alla sinergia ed all’impegno delle Istituzioni coinvolte e preposte alla Tutela del Patrimonio Storico Artistico, entra di diritto, accolto con grande curiosità ed interesse, a far parte della collezione dei dipinti del Museo Accascina dove lo attende uno spazio espositivo all’interno della Sala dedicata al Quattrocento ed in particolare ai pittori che lavorarono con Antonello e ne raccolsero l’eredità divenendo titolari della ‘Bottega’.
Il busto trafitto, attraversato da rivoli di sangue appartiene al giovane San Sebastiano ritratto, su un meraviglioso fondo blu, con il volto incorniciato da una capigliatura tondeggiante a guisa di un piccolo casco, inclinato appena a destra come a lasciare spazio allo strumento del Suo crudele martirio. L’assenza di notizie a Messina sui componenti della ‘Bottega di Antonello’ tra il 1481 ed il 1490 conferma l’ipotesi che questi si fossero allontanati volontariamente, a causa della peste, trasferendosi a Venezia e riprendendo nella città lagunare i rapporti con la committenza interrotti a causa della morte del Maestro e collega il nostro dipinto alla produzione di un artista legato ad Antonello ed in particolare al momento in cui la Sua pittura fu influenzata fortemente da quella veneta, ipotesi sostenuta dalla storiografia che lo avvicina ad Antonello de Saliba o al fratello maggiore Pietro.
L’opera è stata consegnata al Museo in buono stato di conservazione dopo un recente restauro, documentato da un’accurata relazione tecnica, che ha recuperato le cromie originali del dipinto, in particolare il fondo blu realizzato con una miscela di biacca e lapislazzuli. La tavola si presenta con un’ottima leggibilità, non ha subito interventi di ridimensionamento ed è inserita all’interno di una cornice lignea dorata ad edicola, non originale.
La storia del dipinto è legata a vicende collezionistiche che la riconducono ad una iniziale collocazione presso la famiglia Tozzoni di Imola per la quale gli studi ipotizzano fosse stata realizzata ed appartenuta probabilmente ad un membro illustre della famiglia, Pier Paolo Tozzoni. Successivamente passa per diritti ereditari alle collezioni Serristori, Bossi Pucci ed infine alla proprietà di Allegra Bencivenni che la riceve in donazione dalla nonna materna Maria Bossi Pucci, tutte raccolte fiorentine. Dichiarata di interesse Artistico e Storico particolarmente rilevante con Decreto del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali il 17 dicembre 1982, la ritroviamo oggetto di alienazione da parte della proprietà e detenuta presso la Galleria Salamon s.r.l. che ne cura la vendita. La cessione dell’opera è tuttavia condizionata dal possibile esercizio del diritto di prelazione da parte delle istituzioni invitate dal Ministero a concorrere all’acquisto del San Sebastiano.
La documentazione prodotta, corredata da un ampio apparato a sostegno dell’elevata qualità dell’opera oltre che da una scheda dettagliata con relativa bibliografia redatta dalla Galleria Milanese Robilant + Voena, legittima l’intervento da parte dell’Assessorato Beni Culturali Dipartimento dei Beni Culturali ed I.S. che esercita il diritto di prelazione che si conclude con la consegna dell’Opera al Museo Regionale Accascina da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali di Messina, incaricata dall’Amministrazione a seguire le procedure fino al completamento dell’Iter amministrativo.
PRESENTAZIONE MAURO NATALE, STORICO DELL’ARTE E DOCENTE EMERITO PRESSO L’UNIVERSITA’ DI GINEVRA
Lo splendido busto di San Sebastiano è ritratto davanti a un parapetto in ombra, che delimita, come una linea d’orizzonte, il campo del cielo intenso e luminoso, appena velato in basso da nuvole trasparenti. Secondo la consuetudine iconografica, il santo è addossato a una colonna il cui fusto è segnato da un riflesso luminoso, ma tutta la luce è proiettata sul volto e sul corpo del giovane martire, liscio come una superficie d’avorio. Il tema richiama, in formato ridotto, il celebre dipinto che Antonello da Messina aveva eseguito per la Confraternita di San Rocco in San Giuliano a Venezia probabilmente nel 1478 (oggi a Dresda, Gemäldegalerie), poco prima di morire (il testamento di Antonello è sottoscritto a Messina il 14 febbraio 1479); ma la resa pittorica e la voluta epurazione delle forme rimandano piuttosto alla produzione dei seguaci veneti di Giovanni Bellini e in modo particolare a Giovanni Battista Cima da Conegliano (1459/60-1517/18), il cui canone (“rusticità che si converte in classicità pretta”: Longhi 1946) può avere suggerito questa dolce e malinconica varianella maestosa invenzione antonelliana.
Per gamma cromatica e riferimenti compositivi il dipinto deve quindi essere stato eseguito a Venezia, anche se lo sguardo del santo diretto verso l’osservatore e la sofisticata semplicità dell’esecuzione richiamano senza incertezze il lascito di Antonello da Messina. Come è noto, l’eredità figurativa del grande maestro è stata ricca e di lunga durata grazie al talento di alcuni discepoli (primo fra tutti il figlio Jacobello di cui è nota un’unica opera, la Madonna con il Bambino, 1480 dell’Accademia Carrara a Bergamo) e alla ramificata organizzazione famigliare della bottega. Il fratello di Antonello, Giordano, fu padre di Salvo d’Antonio, prodigioso inventore del Transito e Assunzione della Vergine, 1509-1510, già nella Cattedrale di Messina, di cui rimane, dopo il terremoto del 1908, un frammento con il nome del pittore (Messina, Museo Regionale) e una antica fotografia.
La sorella di Antonello, Orlanda, aveva sposato l’intagliatore (e collaboratore del cognato) Giovanni de Saliba, da cui ebbe due figli pittori, Pietro (documentato dal 1497 a prima del 1517 ?) e Antonio o Antonello (documentato dal 1497 al 1534): l’attività di entrambi è documentata da un buon numero di testimonianze archivistiche (rintracciate all’inizio del Novecento da Giacchino Di Marzo e da Gaetano La Corte Cailler) e da alcune opere firmate. La “fraternità” dello stile e il comune omaggio al celebre Antonello (il cui nome è iscritto in dipinti dell’uno e dell’altro, secondo un costume adottato anche dagli allievi di Giovanni Bellini nei confronti del maestro) rendono talvolta difficile distinguere le due mani. Nel caso di questo San Sebastiano, il raffronto con la bella Madonna in trono con il Bambino, 1497, firmata da Antonello de Saliba (Catania, Museo civico di Castello Ursino) induce ad attribuire il dipinto allo stesso pittore; la trasparenza cromatica del San Sebastiano cede nella Madonna di Catania ad una esecuzione più compatta e meno sfumata, ma i tipi umani, la misura composta del disegno delle due figure richiamano in modo convincente le qualità del nostro dipinto. Questo fa parte di una serie di quadri “da stanza”, destinati alla devozione privata e verosimilmente tratti dallo stesso cartone. Gli esemplari più simili a questo sono conservati alla Gemäldegalerie di Berlino (sul parapetto la scritta: “Antonellus.Mesaneus. p.”) e a Francoforte (Museo Städel), ma nessuna dei due può dirsi eseguito da una stessa mano. L’acquisizione di questo bellissimo San Sebastiano, che sembra essere il prototipo della serie, consentirà fare nuova luce sull’operato di Antonello e di Pietro de Saliba; l’antica pertinenza del quadro alla collezione dei marchesi Tozzoni a Imola (prima del 1817) conforta l’ipotesi che il quadro sia stato eseguito a Venezia, dove Antonello e Pietro de Saliba devono essersi recati prima di rientrare a Messina nel 1497.




